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| Spettacolo disponibile per la stagione 2011-2012 Per informazioni e contatti: Roberta Savian torino@tangramteatro.it oppure 011.338.698
Da alcuni anni, la personalissima ricerca teatrale di Silvia Battaglio, si affaccia su personaggi-tipo su cui si modella la nostra idea di società. Annullata la collocazione temporale dei personaggi, abbiamo visto in questi ultimi anni "passare" in scena Ofelia , Maria di Nazarteh, Elettra, Helen Keller portando le loro istanze universali e ponendo interrogativi alle nostre coscienze. La subalternità del ruolo femminile, la maternità condizionata dal contesto sociale, l'idea di famiglia e la ricerca della comunicazione tra individui sono stati i temi che questo percorso ha affrontato.
“Dio mi ha mandato a dire per bocca di santa Caterina e santa Margherita quale miserabile tradimento ho commesso accettando di ritrattare tutto per paura della morte; mi ha fatto capire che volendo salvarmi…stavo per dannarmi l’anima”
Esiste una morte più terribile di quella corporea, è la morte del sogno in cui abbiamo sempre creduto, è la morte interna, quella di chi si guarda riflesso e non si riconosce, la morte di chi ha smarrito la propria identità vendendo il suo sogno, e forse l’ha fatto per paura o per necessità, trovando nella negoziazione l’unica via di salvezza. Questa è la morte vera, quella a cui spesso ci sentiamo obbligati dai compromessi che la vita paradossalmente ci impone, quella morte che brucia dentro lo stomaco, che lascia una sensazione di bruciore nella gola, mentre il corpo, orfano della luce, continua a vivere specchiandosi dove può nel tentativo di ritrovare la sua anima smarrita. Questa è la prospettiva attraverso la quale desidero dar vita ad una rilettura contemporanea di questo personaggio così fuori dagli schemi, affrontandone soprattutto i non detti, entrando là dove i testi non dicono ma lasciano immaginare e intuire sfumature nuove, forse più vicine a noi che viviamo nell’epoca delle contraddizioni. Forse siamo eroi solo in relazione a un determinato momento della nostra vita, solo in quell’unico istante, quando le circostanze ci portano a entrare in contatto con la nostra coscienza fino a un’integrità etica che ha qualcosa di “divino”. O forse oggi per essere “eroi” non c’entra l’etica o la missione, ma basta avere visibilità, essere protagonisti di un processo mediatico. E quindi chi è il vero eroe oggi? Come si pone di fronte al nostro vivere quotidiano?
Note allo spettacolo Immagino Jeanne come la storia ce la consegna, la immagino nel momento in cui firma l’atto di abiura di cui poco dopo si pentirà, riaffermando le sue convinzioni e consegnando il suo corpo al fuoco pur di salvarsi l’anima. E poi la immagino come una donna di oggi, come me. La immagino mentre firma la lettera ma poi è troppo tardi per tornare indietro, la immagino inquieta mentre fa qualcosa in cui non crede davvero, ma intanto lo fa. La immagino sdoppiarsi nel prima e nel dopo, nella sua parte femminile e maschile, la immagino prendere una decisione che va contro se stessa, privata del sogno e della possibilità di essere ricordata come una santa. E poi la immagino mentre si pente, mentre cerca parti di se, rimpiangendo i giorni in cui tutti le volevano bene, colta dal bisogno di tornare nel punto in cui ha perso se stessa. Forse si guarda dentro uno specchio e si vede invecchiata, forse confonde le immagini della televisione e le trasforma in visioni mischiando tra loro realtà e fantasia. Forse spera ancora di essere un’eroina vivendo di quelle illusioni che talvolta ci camminano affianco e che sono talmente potenti da confonderci con la realtà diventando vere e proprie visioni. Jeanne, santa, eroina, integra e forte delle sue convinzioni, ma anche niente di tutto questo perché oggi sarebbe troppo costoso esserlo fino in fondo. Jeanne, donna di successo, strumentalizzata dal potere. Jeanne e il suo corpo legato a un unico amore, Gesù. Jeanne che ha creduto nel sogno e l’ha visto bruciare.
Il “corpo” di Giovanna d’Arco. Il suo corpo sottoposto alle lacerazioni della guerra, alle indagini cliniche degli uomini di Chiesa che testano la sua verginità senza rispetto, per poi abbandonarlo al fuoco. Il corpo, crocevia di contraddizioni, filtro attraverso il quale leggere una storia intrisa di spiritualità ma soprattutto di carnalità, nel suo legame con la terra. Il corpo, strumento attraverso cui gli uomini usano e condannano il diverso, nel tentativo di soffocarne il pensiero. Il corpo che da sempre è il nostro modo di presentarci al mondo, perché è in lui che ha sede la nostra anima, è in lui che riponiamo i nostri pensieri. Il corpo, portatore di segni, di memorie, crocevia del contesto culturale nel quale viviamo, contenitore di significati e simboli, mezzo attraverso il quale la società costruisce e rappresenta se stessa, organizza il suo codice etico e controlla le masse.
Il corpo di Jeanne è lì, reduce della vita, in attesa, dentro il buio di quel piccolo spazio che le è stato concesso, lì nella sua stanza Jeanne raccoglie le vibrazioni del suo fragile corpo isolato dal mondo, provando a ricrearlo attraverso l’immaginazione per poter vivere ancora, sperando che il fuoco non bruci il suo sogno, che non ne dissolva il pensiero. Forse trascorre le ore a scrivere una lettera immaginaria, forse vive di quell’amore carnale che non si è mai concessa, forse parla ancora una volta con Dio, si sdoppia nel prima e nel dopo chiedendo di poter essere ricordata, di poter essere amata, un’ultima volta.
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