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Home __________________ link: __________ | ARCHIVIO Produzione 1998 BELLEZZA ORSINI di Marcello Craveri Con Patrizia Pozzi, Giovanni Gentile, Valentina Veratrini, Claudio Palumbo Regia IVANA FERRI
Scenografie di Luisella Bardella Coordinamento tecnico Andrea De Marco Collaborazione artistica Bruno Maria Ferraro Produzione TANGRAM TEATRO TORINO Chi erano veramente le streghe? Esseri demoniaci incarnazione del male o solo donne che contrastavano un potere cieco e l’oppressione di una cultura oscura? Marcello Craveri, illustre autore torinese a cui si devono significativi trattati sulla stregoneria pubblicati da Einaudi, scrisse Bellezza Orsini nel 1981 traendola dal verbale di un processo (tuttora conservato negli archivi vaticani a Roma) celebrato nel 1528. Bellezza, come tutte le altre streghe, era semplicemente una donna ai margini di una società, che pur essendosi lasciata alle spalle il Medioevo, continuava ad essere ancorata a credenze e pregiudizi. Un mondo ancora dominato da una Chiesa che non ammette il diverso, che utilizza l’accusa di eresia a scopi esclusivamente “politici”. Ma a provocare ancor oggi stupore è la violenza inaudita che i tribunali ecclesiastici usarono per inquisire e condannare donne colpevoli di aver curato con erbe, depositarie di antiche tradizioni popolari. Bellezza era una di loro, viveva in modo atipico, tentava di curare le malattie del corpo e della mente. Nell’interrogatorio che si protrae per giorni emerge un rapporto con il suo carnefice fatto di paura e derisione, di rabbia e di incredulità. Lo scandalo esplode quando si viene a sapere che i Frati di una comunità a cui Bellezza era stata data in custodia, hanno avuto rapporti sessuali con lei. Strumentalizzando invidie e rancori popolari Monsignor Marco Calisto da Todi, giudice della Santa Inquisizione, condanna Bellezza Orsini alla morte sul rogo. Il “caso” di Bellezza Orsini è emblematico di una persecuzione attuata dalla Chiesa nei confronti della donna, una delle pagine più raccapriccianti e vergognose della nostra storia che affonda le radici in un lontano passato ma che si protrasse fino al primo ’700. Lo spettacolo, di forte suggestione, nell’allestimento di Ivana Ferri è continuamente venato da una leggera ma graffiante poesia: la flebile voce degli emarginati e degli oppressi che ci chiedono di non dimenticare.
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