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Testo di Monica Bonetto Con Monica Bonetto e la partecipazione di Beppe Rizzo Musiche di Matteo Castellan Impianto scenico di Monica Chiappara Costumi di Roberta Vacchetta Disegno luci di Davide Leone Elaborazione immagini CAOS Regia di Massimiliano Giacometti Collaborazione artistica di Stefano Dell’Accio Ricerche storiografiche e d’archivio di Mariella Milano Immagini e fotografie tratte dal Fondo Leonilda Prato-Istituto Storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo Una produzione C.P.E.M. (Comunque Polonio era Malato) Teatro
Nata a Pamparato, un piccolo paese di montagna in provincia di Cuneo nella seconda metà dell’Ottocento, Leonilda Prato è figlia di una tessitrice e di un calzolaio. Contro il parere di tutti, a 21 anni, sposa e decide di seguire l’uomo di cui si è innamorata: Leopoldo, suo compaesano, di buona famiglia, colto, bello e inquieto, che nella vita ha deciso di fare il musico ambulante. A piedi, per i sentieri e le strade del Piemonte, della Lombardia e della Svizzera a suonare (lui la fisarmonica, lei la chitarra) e a cantare. A casa appena in tempo per partorire, poi via di nuovo, i figli allevati dalla nonna paterna e lo zio diacono. Ma un giorno , nel cantone svizzero del Vaud, Leonilda scopre la fotografia. Impara, si procura l’attrezzatura e ne fa il suo mestiere: fotografa ambulante. Durante la sua esistenza, che si concluderà alla fine degli Anni Cinquanta, si sarà reinventata mille volte, mille volte sarà tornata e ripartita, e ancora altrettante avrà ricominciato da capo, con tenacia, intuito, immaginazione, coraggio, ma mai avrà smesso di fotografare. E grazie a lei, per la prima volta, i ritratti entreranno nelle case dei più umili: sono scattati nelle aie, nei cortili, un telo damascato a far da fondale, scorci di corredo buono a contornare visi segnati dalla fatica. Leonilda ha gli occhi giusti per riuscire a render loro la dignità fiaccata dalla durezza dell’esistenza, per scrutare vanità inconfessabili, per raccontare ciò che le parole non bastano a dire. Perché aveva un modo tutto suo di guardare e di guardarti, Leonilda, come se potesse vederti dentro, come se potesse guardare oltre, come se avesse scoperto, lei sola, a cosa servono davvero gli occhi Pamparato, la nonna, i biscotti e Leonilda Pamparato... E’ il nome quello che mi ha colpita per primo. Sin da piccola. Sembrava tirato fuori fresco fresco dal Corrierino dei Piccoli, o da un libro di Rodari:”Nel paese di Pamparato, c’era un mulo raffreddato...” E poi c’era la storia dei biscotti. Mia nonna, che è nata in un paese lì vicino, quando andavo da lei durante le vacanze me li offriva. Non sempre, però. C’erano giorni che mi diceva “Vuoi un biscotto?”. E poi c’era la volta che mi diceva “ Lo vuoi un biscotto di Pamparato?”. E io capivo che era diverso, che era una leccornia rara, da cogliere al volo e da gustare, grata. A dire il vero non mi ricordo se fossero poi così buoni, ma che fossero “speciali”, di questo ne ero sicura. E allora che paese doveva essere, Pamparato, se persino i biscotti erano speciali?!! Così, un afoso pomeriggio d’agosto di tanti anni fa, sfiniti dalla mia insistenza, i miei nonni mi portarono a Pamparato in gita... Mai dare corpo (e in questo caso un paese) all’immaginazione dei bambini. Fine dei ricordi su Pamparato. Fino a 5 anni fa. Ero all’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo per una ricerca e uno dei curatori dell’archivio mi invita ad andare a vedere una mostra di fotografie della prima metà del Novecento scattate da una donna fotografa di Pamparato nata nel 1875.
Pamparato. Mi vengono in mente nell’ordine: Rodari, i biscotti e la gita. Temporeggio. Poi lui dice “ E’ una storia che andrebbe proprio raccontata, sa... è stata una donna così straordinaria per quei tempi...se fosse stata un uomo magari oggi sarebbe famosa...” e mi lancia uno sguardo complice d’intesa. E naturalmente non temporeggio più. Vado a vedere la mostra. E’ nell’atrio di una scuola media di un paese lì vicino; è pomeriggio, la scuola è chiusa, un custode mi fa entrare e accende le luci che illuminano le foto: “Che faccia pure con comodo, che quando ha finito me lo dice che allora vengo a chiudere e a aprirci di nuovo la porta. Bon, io sono di là, neh”. Guardo le foto. Guardo le foto e inizio a vedere. Poi a capire. Leonilda, nata tessitrice, sposata cantante e musicista ambulante, dispensatrice di “pianete della buona sorte”, girovaga rinata fotografa. Una storia di talento e inventiva, determinazione e passione, arte e libertà masticate nella pratica quotidiana come nutrimento e buona abitudine. Senza clamori, ma con costanza e necessità. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. A Pamparato.
E’ inutile, i bambini certe cose le azzeccano d’istinto. | 











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