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di e con Silvia Battaglio e con Amalia De Bernardis, Patrizia Pozzi, Alessandro Curino temi musicali Ginevra Di Marco musiche di Torgue/Houppin, Matmos, Peter Gabriel, Chopin luci e scene Lucio Diana organizzazione Roberta Savian coordinamento tecnico Massimilano Bressan produzione Tangram Teatro Torino con il sostegno del Sistema Teatro Torino HELEN KELLER. Dietro questo nome si nasconde un personaggio in realtà conosciuto al grande pubblico attraverso il film di Arthur Penn del 1962. E’ la bambina della pellicola in Italia nota come “Anna dei Miracoli” (ma realmente esistita) sordo-cieca dall’età di 18 mesi e quindi precipitata in un mondo buio e di silenzio. Grazie alla dedizione e all’intuizione di Anne, la sua maestra, la Keller stabilirà un linguaggio con il quale entrare in contatto con il mondo. Ma la cosa sorprendente è che malgrado il limite fisico, sempre con Anne al suo fianco, Helen si laureerà in Legge, terrà conferenze in 39 paesi, sosterrà la causa dei lavoratori diventando un esponente del partito socialista americano negli anni’30, stringerà amicizie con Charlie Chaplin e Mark Twain. I lavori di Silvia Battaglio nascono da un meticoloso percorso di ricerca, si alimentano di contaminazioni dal teatro alla danza e attraversano personaggi femminili che apparentemente “subiscono” la Storia. Ofelia dall’Amleto, Maria di Nazaret, fino ad un’originale Elettra sono le tappe di questo percorso accattivante dotato di una rara coerenza stilistica. Lo spettacolo Questa è la storia di Helen Keller, sordo-cieca dall’età di due anni, che forse per un’innata forza interiore, o più semplicemente perché è dalla percezione del limite che a volte nasce la creatività e il bisogno di trovare strade, riesce a uscire dal buio e dalla solitudine. E’ la storia di Helen, dell’intenso rapporto con la sua maestra che, con intelligente intuito e amore, trova il modo per restituirle un’esistenza dignitosa e una possibilità di comunicazione. Comunicare significa "mettere insieme", stabilire una relazione con qualcosa o qualcuno, talvolta con difficoltà, dovendo superare dei limiti non sempre fisici, ma spesso mentali, culturali, educativi. Helen dunque diventa metafora di quella che è la nostra difficoltà ed allo steso tempo il nostro bisogno di comunicazione. Helen morirà nel 1968, all’età di 87 anni, lasciando un segno indelebile nella consapevolezza che è proprio nella comunicazione che l’uomo esiste e può esprimersi, costruendo così il senso della propria esistenza. La recensione di Franco Perrelli LA FORZA CIECA DI HELEN "Silvia Battaglio è una danzatrice o un attrice? Mai come in questo spettacolo la formula del Tanztheater – così essenziale nelle categorizzazioni della scena contemporanea – ci presenta intrecciati e inestricabili i due termini che la compongono, ma, al di là delle cifre estetiche, ci propone quasi l’evidenza del rigore e dell’intensità che la rappresentazione guadagna dalla disciplina del corpo danzante, con un incremento sensibile di comunicazione che appaga lo spettatore. La Battaglio – nel corso di un variegato progetto che ha attraversato le figure di Ofelia, Maria ed Elettra – è oggi arrivata alla vicenda di Helen Keller, la donna sorda e cieca, che, grazie a un’istitutrice, fra Otto e Novecento, riesce a riannodare un contatto con il mondo e a esercitarvi una vita attiva di notevole incidenza politica e intellettuale. Sulla vicenda si ricorderà pure un famoso commovente film di Arthur Penn del 1962, Anna dei miracoli. Lo spettacolo torinese esibisce però assai poco patetismo: la prima parte in particolare, in uno spazio concepito nei termini del teatro povero, è tutta durezza prossemica di corpi in tensione e contrapposizione; ritmi di scontro con la realtà fisica e umana, che, solo nella conclusione, si decanta in un’atmosfera più distesa. I personaggi si stagliano immancabilmente per una peculiare presenza scenica; le azioni sono scabre e incisive in una rigorosa interazione fra parole che sono cose e cose che sono parole. La Battaglio dà prova di sorvegliatissima tecnica, ma anche i tre attori che l’accompagnano non sbavano mai e si coordinano perfettamente nell’orologeria attenta di questa performance, piccola e forte". (Franco Perrelli) NOTE DI REGIA L’essere umano è prima di tutto un corpo, un corpo che respira, che pensa, prova emozioni, parla, agisce, un corpo che crea relazioni con l’ambiente che lo circonda. Senza questa possibilità di relazione egli non è più niente, non gli resta altro che la sua solitudine, la sua gabbia oltre la quale non può vedere, sentire, toccare. L’essere umano è dotato di un corpo che ha senso solo se diventa un corpo sociale, comunitario, e cioè volto ad entrare in relazione con la comunità. Il corpo comunitario è la zona in cui si esprime il senso, dove circolano i simboli e le energie proprie di ogni essere vivente, dove avviene lo scambio. Si può affermare che la vera nascita non avvenga nel momento in cui si esce dal ventre materno, ma nell’istante in cui incominciamo ad instaurare uno relazione con la comunità di cui facciamo parte. Come nelle società primitive, noi nasciamo quando nasciamo nella vita sociale, prima siamo soltanto un semplice corpo singolo. Il corpo comunitario non può accettare che l’individuo viva solo, separato dalle cose e dagli altri esseri viventi, chiuso dentro un bolla impenetrabile, perché una simile situazione farebbe di quell’individuo il punto in cui il processo di scambio e di relazione si arresta, interrompendo così la circolazione delle idee e dei corpi e generando nella comunità un vero senso di smarrimento. Il bambino, nel suo percorso di crescita, impara gradualmente a passare dal verso alla parola articolata, nel tentativo di comunicare con l’ambiente, e così il linguaggio non è altro che il prolungamento del suo corpo oltre i limiti fisici, nel tentativo di scoprire l’altro e di instaurare relazioni. Il silenzio è un segnale comunicativo di grande forza, esso può essere costruttivo oppure può essere una porta chiusa verso il mondo esterno, quindi difensivo, ma quando esso è costrizione diventa una gabbia da cui il corpo vorrebbe uscire, ed lì che inizia quel cammino che porta una bambina come Helen a rompere la barriera della solitudine. Helen lo fa con forza, con grida, con rabbia, passa dalla violenza per poter arrivare alla dolcezza, riuscendo a trovare uno spazio per le emozioni positive, per l’amore, per tutte le cose del mondo che i suoi occhi non vedono, ma di cui i suoi sensi percepiscono l’infinita bellezza. Attraverso il risveglio dei sensi, Helen entra in contatto col mondo, a rinascere nella consapevolezza di una vita nuova in cui la porta della conoscenza le si spalanca facendole scoprire la bellezza e la magia di un universo che può essere toccato e vissuto. Contro la paura dei genitori, contro la pietà di chi la compatisce, contro l’ottusità delle persone piccole, Helen apre lo scrigno che racchiude una realtà di colori, suoni, vibrazioni e sapori ai quali anche lei, ora, può partecipare con gioia. Grazie all’incontro con la quella che sarà la sua maestra di vita, Helen arriva a percepire e a dialogare con la realtà esterna, Anne Sullivan sarà per lunghi anni la voce di Helen, la seguirà fino all’università traducendo per lei in alfabeto manuale le parole degli insegnanti durante le ore di lezione, ma soprattutto l’incontro con Anne permetterà alla piccola Helen di conoscere il mondo, gli animali, la natura, gli altri esseri umani ed infine l’amore. “Ancora oggi il silenzio grava immenso sull’anima mia. Ma poi sopraggiunge la speranza e mi dice sorridendo: la gioia sta nel dimenticarsi di sé. Ed io allora cerco di trasformare la luce che c’è negli occhi altrui nel mio sole, la musica che c’è nelle loro orecchie nella mia sinfonia, il sorriso delle loro labbra nella mia felicità”. Helen Keller |