INTERVISTA DI ROBERTO CANAVESI

A MARICA PACE

Marica Pace ci racconta LO SCIUSCIA’

Non poteva che essere una ragazza del profondo sud, da sempre terra di intensa emigrazione, a portare a MaldiPalco 2019 un racconto-riflessione sull’abbandono della terra d’origine alla ricerca di fortuna: Marica Pace, lucana di Melfi, con Lo Sciuscià sarà protagonista di un viaggio ad inizio Novecento quando il diciottenne Leonardo, intraprendente e sognatore figlio del Sud, sceglie non senza difficoltà di abbandonare mamma Antonia e nonna Rosa, gli amici di una vita e soprattutto la sua terra, per partire alla volta della “Merica”, di una New York idealizzata e fino a quel giorno solo immaginata.

Lo Sciuscià è l’epopea di un viaggio, di una seconda nascita, di una nuova vita piena di speranze e di aspettative, per nulla lontana dai tanti racconti che ogni giorno popolano, talvolta anche con toni drammatici, la nostra quotidianità: da dove nasce per te, che del progetto firmi testo ed interpretazione, l’esigenza di confrontarsi con questa tematiche?

“Il tutto parte da uno stato di necessità sulla base dei tanti non sbarchi che le cronache ci presentano da ormai troppo tempo: in particolare la morte del piccolo Alan Kurdi avvenuta a settembre 2015 è stato lo schiaffo che mi ha fatto capire che dovevo parlare degli approdi di oggi. Da quel momento ho iniziato a leggere, a documentarmi, ad effettuare attività di ricerca, ed ha così preso forma il testo, inizialmente intitolato La valigia, poi rafforzatosi e confluito nell’attuale versione definitiva. Un’esigenza morale quindi, ma in fondo anche un modo per portare in scena la mia storia di migrante, di persona che per motivi di studio ha lasciato la sua terra andando alla scoperta di nuovi mondi e nuove culture”.

La storia ci ricorda come ieri fossimo noi i “diversi” accolti non senza diffidenza, i malvisti stranieri alla ricerca di un tetto sotto cui dormire e di un lavoro per sfamare le nostre famiglie: quanto questo lavoro intende anche essere una riflessione sui concetti di diversità ed omologazione?

“In realtà questo lavoro è tutto un pretesto per riflettere proprio sulla ciclicità della storia. Il Leonardo di ieri che parte senza avere la certezza di sbarcare a New York è in realtà il Nasser di oggi che si imbarca sulle bagnarole del mare sperando di approdare vivo in un qualsiasi porto: si attua una trasposizione della storia passata nel nostro presente per nulla ignorando, anzi forse proprio sottolineando, come i tanti Leonardo al tempo siano stati osteggiai ed emarginati nel loro processo di emigrazione al pari di come tristemente lo sono i Nasser di oggi”.   

Diplomata alla Eutheca-European Union Academy of Theatre and Cinema, sei una giovane artista dalla formazione teatrale e cinematografica: ed in fondo il racconto di Leonardo ci ricorda celebri pellicole del neorealismo italiano. Ammesso che interagiscano, come convivono nella tua idea di arte il mondo della parola, il teatro, e l’universo dell’immagine, il cinema?

“Quando sei anni fa ho scelto quella scuola l’ho principalmente fatto perché mi offriva la possibilità di avvicinarmi allo studio della recitazione sia in lingua italiana che in lingua inglese: il percorso didattico ha poi previsto lo studio del canto, della commedia dell’arte, del teatro di narrazione e nell’ultimo anno di specifiche tematiche cinematografiche. Nello specifico il teatro di parole che tanto mi interessa lo reputo essere una forma artistica molto vicina al cinema in quanto presuppone una grande attenzione all’idea di primo piano, inteso come messa a fuoco dell’attore che diventa l’unico veicolo nella trasmissione del messaggio artistico: con queste premesse non può che essere un valore aggiunto l’impronta interdisciplinare di cui ho potuto beneficiare negli anni del percorso di formazione accademico”.

Con unica compagna di scena una sedia, darai corpo e voce al protagonista ed alla galleria di personaggi che orbitano attorno al suo mondo: anche la musica, però, rivestirà un ruolo fondamentale all’interno della tua performance. Quale, nello specifico, la rilevanza drammaturgica della componente sonora?

“Lo Sciuscià senza la musica potrebbe anche esistere ma necessariamente sarebbe un spettacolo diverso, con un testo diverso: dicendo questo credo di sintetizzare al meglio l’importanza della componente musicale in uno spettacolo in cui la musica è pura drammaturgia, se è vero che ci sono alcune sequenze del tutto mute in cui il protagonista o i vari personaggi interagiscono e dialogano con il pubblico esclusivamente con la musica di sottofondo. Una colonna sonora mista, che spazia da Renato Carosone ai Pink Floyd, per la definizione di particolari situazioni ambientali ed emotive”.

Per chiudere ci piacerebbe conoscere le tue sensazioni intorno la partecipazione a MaldiPalco 2019, non una semplice vetrina ma finestra sulla creatività giovanile in un panorama teatrale non sempre così incline ad accompagnare le nuove generazioni. Quali, se presenti, le personali attese per questa nuova esperienza?

“Sono molto emozionata e felice di venire a Torino, città magica che ho già visitato nella veste di turista un paio di volte. Da un punto di vista professionale, fermo restando che MaldiPalco mi era già sfuggito l’anno scorso quando mi imbattei nel bando troppo tardi per potervi accedere, reputo questa esperienza molto utile perché ho sempre considerato Torino una realtà molto accogliente e ricca di opportunità artistiche. Ed il timore che all’inizio potevo avere di portare uno spettacolo al cui interno trovano spazio alcuni inserti dialettali si trasforma oggi in grande curiosità per vedere come la lingua della mia terra sarà accolta dal pubblico torinese”. 

 

ROBERTO CANAVESI

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