INTERVISTA DI ROBERTO CANAVESI

A MATTEO SINTUCCI

Armi sì? Armi no? Amletico interrogativo per THE GUN SHOW di Matteo Sintucci

In mezzo a tre combattive colleghe è l’unico attore selezionato per MaldiPalco 2019: romagnolo di nascita, genovese per formazione teatrale, Matteo Sintucci con The Gun Show dell’americana E.M. Lewis indaga attraverso cinque differenti storie la possibilità del superamento di un sistema bipolare dove esista solo il bianco ed il nero, il sì o il no, il giusto o lo sbagliato.

La visione che sottende al racconto della Lewis, moderna versione dell’antico adagio latino “tertium non datur”, sembra prefigurare una lettura del mondo molto rigida, e comunque poco incline alla mediazione: cosa ti proponi e quali le ragioni della scelta di questo racconto?

“Come gran parte della drammaturgia contemporanea, americana e non solo, il testo della Lewis è copione pressoché sconosciuto: mi ci sono imbattuto nel 2018 in una vacanza parigina e dopo averlo letto tutto d’un fiato ho scelto di lasciarlo maturare per un paio di settimane, mettendolo volutamente da parte. Quando l’ho ripreso, ho scelto di tradurlo in italiano per poi iniziare a lavorarci sopra: ho subito avuto l’impressione di aver a che fare con un gioco metateatrale all’interno del quale il compito dell’interprete è quello di raccontare una storia senza la pretesa di insegnare niente a nessuno. The Gun Show è un testo che di continuo si interroga e ci interroga, instilla molte domande senza con questo voler convincere di alcuna risposta”.

Le cinque storie private e pubbliche che caratterizzano il racconto muovono dal dibattito sul controllo delle armi, tematica quanto mai attuale nella società americana: quanto pensi che l’universo narrativo prefigurato dall’autrice possa corrispondere alla realtà, e quanto invece possa essere una semplice provocazione?

“Sono entrambe le cose insieme, tutte le storie sono vere ed all’insegna del grande coraggio perché necessitano di estrema sincerità per esser raccontate: per esplicita ammissione della Lewis il materiale narrativo è stato sedimentato nel corso del tempo e se l’autrice vorrebbe in realtà parlare di armi, arriva alla fine a parlare molto di sé, che è poi come parlare anche di noi”.  

Il testo è un classico esempio di one man show dove l’attore deve dar libero sfogo alla propria capacità interpretativa: un modello molto in voga oltreoceano, mentre si ha la sensazione che in Europa sia ancora legato ad un’immagine di teatro leggero, quasi da cabaret. Quali pensi possano essere le reazioni del pubblico al cospetto di una scrittura e di una struttura da noi non così praticata? 

“Le riflessioni sul modello sono molto interessati anche perché è in assoluto vero come in Italia ci siano molte poche realtà in cui questo particolare genere risulta essere praticato: il monologo teatrale, tradizionalmente inteso, ha molto in comune come il one man show, a partire dal bisogno di instaurare con il pubblico un rapporto diretto. E se una legge non scritta dei grandi autori e di far ridere tutto il pubblico prima, per poi farlo piangere, alla fine The Gun Show è proprio questo, un cocktail in grado di divertire ma anche di far riflettere profondamente, arrivando a smuovere le corde emotive più nascoste dello spettatore”.

Per ammissione stessa dell’autrice, il testo di chiara matrice autobiografica deve essere portato in scena da un attore uomo, quasi a voler fissare le doverose distanze che ci devo essere tra chi scrive e chi interpreta. Quale la tua idea di rappresentazione?

“La Lewis si raccomanda di immaginare uno spettacolo del tutto privo di scenografia: l’interprete parla per bocca della drammaturga, presenza assenza che farà la sua comparsa in quella didascalie dietro le quali, nella parola scritta, si nasconde il canale di comunicazione diretto con il pubblico. Proprio per questo motivo si è scelto di portare in scena un videoproiettore che permetta la proiezione di alcune didascalie-pensiero dell’autrice, lasciando alle impronte sonore della componente musicale il compito di fungere da scenografia sonora in grado di rappresentare l’elemento collante tra le differenti sezioni del testo”.

Per chiudere ci piacerebbe conoscere le tue sensazioni intorno la partecipazione a MaldiPalco 2019, non una semplice vetrina ma finestra sulla creatività giovanile in un panorama teatrale non sempre così incline ad accompagnare le nuove generazioni. Quali, se presenti, le personali attese per questa nuova esperienza?

“Sono innanzitutto molto curioso di partecipare anche e soprattutto per la possibilità di potermi confrontare con tre colleghe chiamate a lavorar su di un tema comune: detto questo sono convinto che l’adrenalina e l’effervescenza dei giovani sia per il pubblico una garanzia non tanto di qualità, ma di quel clima nuovo di cui il teatro oggi necessita e che manifestazioni come MaldiPalco possono senza dubbio favorire”. 

 

ROBERTO CANAVESI

Tangram Teatro Torino        

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