INTERVISTA DI ROBERTO CANAVESI

A ROSSELLA FAVA

Rossella Fava e la maternità surrogata al centro di TUTTE LORO

Nativa di Ragusa, diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, Rossella Fava con Tutte loro approda a MaldiPalco 2019 con la storia di una donna di trent’anni che ha consapevolmente rinunciato all’amore, e che per un mero bisogno economico si appresta ad affrontare il percorso di maternità surrogata: materia complessa, certo molto più attuale di quanto si possa ragionevolmente pensare, con la quale l’attrice siciliana approccia un ambito spinoso, intorno al quale il dibattito etico e sociale risulta essere sempre molto acceso.

Come donna, prima ancora che autrice ed interprete, immagino tu senta particolarmente vicino tanto la tematica quanto la vicenda oggetto del tuo racconto: quale nello specifico la genesi di questo lavoro che porta con sé numerose implicazioni, non solo teatrali?

“Se devo esser sincera posso dire che questa tematica io non l’ho scelta ma l’ho incontrata mentre scrivevo il testo di un altro lavoro con argomento il lavoro femminile: da queste premesse, per così dire casuali ed indirette, ho iniziato a documentarmi, a leggere e ricercare testimonianze, ampliando con il passar del tempo le conoscenza su di un mondo che se per alcuni nient’altro è se non una forma di moderna prostituzione, da altri è visto come una vera e propria attività lavorativa. E se da un lato mi sentivo ogni giorno sempre più impreparata di fronte ad un tema così vasto e delicato, dall’altro cresceva in me la curiosità ed il desiderio di approfondire argomenti che ho scoperto essere al centro anche di numerosi dibattiti sui cosiddetti social”.

Il rischio maggiore nell’avvicinarsi a simili tematiche può esser quello di inciampare, in maniera del tutto involontaria, in toni eccessivamente retorici. A livello di scrittura come hai strutturato il lavoro onde evitare il rischio di cadere nel “già detto”?  

“La narrazione è un racconto tutto al femminile con protagoniste la madre naturale, la madre committente e la figura di una giornalista, in realtà mio alter ego, la cui dichiarata missione è quella di interrogare ed interrogarsi, di porre continue domande che possano anche essere strumento di discussione e confronto tra il pubblico. Da un punto di vista strutturale ho immaginato un monologo diviso in tre parti, dalla trama lineare, dove possano trovare spazio le voci e le testimonianze della protagoniste, ciascuna titolare di una propria visione della vita che le porterà a compiere scelte per nulla facili”.

Come si potrebbe definire l’umanità cui dai voce nel tuo racconto?

“E’ un’umanità al femminile depositaria e testimone di un rapporto affettivo non sano: da un lato la madre surrogata che si trova a compiere la scelta estrema nel tentativo di salvare dalla rovina l’uomo che ama, prigioniero di debiti, in realtà l’unica persona capace di strapparla dal suo microcosmo di provincia in cui ha trascorso tutta la sua anonima esistenza: dall’altra la madre committente, top manager che ha volutamente messo da parte l’idea di famiglia per il successo e la scalata ai vertici della carriera. Un mondo di sole donne in cui la presenza maschile è in realtà un’ingombrante assenza, un non esserci di continuo evocato nel racconto altrui”.

Da un punto di vista meramente strutturale e di costruzione della performance, quale le caratteristiche del tuo lavoro?

“Alle parole della giornalista sarà affidato il compito di aprire e chiudere il percorso narrativo che vivrà, nella sua parte centrale, della vicenda con protagoniste le due madri, a ben vedere recto e verso di una stessa medaglia: nel complesso l’impianto strutturale, e quindi interpretativo, si deve immaginare come una continua alternanza di voci, racconto corale dove i cambi di scena e di prospettiva saranno dichiarati, e con il solo utilizzo di un microfono quale unico elemento altro alla voce dell’interprete”.

Per chiudere ci piacerebbe conoscere le tue sensazioni intorno la partecipazione a MaldiPalco 2019, non una semplice vetrina ma finestra sulla creatività giovanile in un panorama teatrale non sempre così incline ad accompagnare le nuove generazioni. Quali, se presenti, le personali attese per questa nuova esperienza?

“Conosco delle colleghe che hanno già partecipato nelle scorse edizioni a MaldiPalco, e che mi hanno parlato in termini entusiastici tanto dell’esperienza professionale quanto dell’accoglienza: sono molto incuriosita dalla possibilità di approfondire la componente relazionale del soggiorno, dall’opportunità che mi sarà offerta di conoscere operatori ed addetti ai lavori torinesi. Da ultimo mi piace e stimola l’idea che tutta la rassegna sia volutamente inserita nel tessuto urbano e sociale della città che la ospita, segno di un’interazione tra territorio e realtà culturali di cui il teatro, a mio modo di vedere, si dovrebbe sempre più far portavoce ed interprete”. 

 

ROBERTO CANAVESI

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